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Per sfamare questo mondo non abbiamo bisogno di essere dotati chissà quanto, ma di saperci consegnare _ Vangelo del giorno

29 luglio_ XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Oggi, il Vangelo del giorno,  ci dice che per sfamare questo mondo ferito non abbiamo bisogno di essere dotati chissà quanto, ma di saperci consegnare. 

«Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po'».

IIn quel tempo, Gesù passò all'altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C'è qui un ragazzo che ha cinque pani d'orzo e due pesci; ma che cos'è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C'era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini. Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d'orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato. Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo. Gv 6,1-15


Commento al Vangelo

Gesù porta i suoi discepoli dentro il problema della fame delle folle. Il testo dice: «Egli infatti sapeva quello che stava per compiere». La situazione non gli capita addosso, Lui la seleziona e la gestisce. Domanda a Filippo dove si possa trovare il cibo per quella folla. E Filippo deve constatare di non avere le risorse. Poi viene fuori che c'è un ragazzo che ha cinque pani e due pesci. «Ma che cos'è questo per tanta gente?» Gesù li voleva farli misurare con quel che li supera. Gli altri Vangeli raccontano che i discepoli propongono di congedare le folle prima che si ponga il problema del cibo. Quantoc'è la tentazione di leggere tutto come una morale, come una serie di precetti etici da applicare per essere nel giusto. Ma la Chiesa è il corpo di Cristo, dove si fa esperienza della vita eterna, quella che non si misura sulle nostre forze. Niente di ciò che è cristiano è alla portata della sola buona volontà, perché ciò che è cristiano è sempre un incontro tra l'uomo e Dio, tra la povertà umana e la gloria di Dio. Lui ama manifestarsi nei nostri limiti.Nelle nostre mani cinque pani e due pesci sono poca roba, ma nelle mani di Cristo sono ben altro. Diventano la manifestazione della sua Pasqua, quando si trae la vita dalla morte, il molto dal poco, l'abbondanza dalla scarsezza. Ogni vita cristiana è una chiamata all'esperienza di vedere la povertà che diviene ricchezza per la potenza del Padre. Ma occorre consegnare i pani e i pesci a Cristo. Che lui li spezzi a piacimento, allora diventeranno tanti da avanzare. Per sfamare questo mondo ferito non abbiamo bisogno di essere dotati chissà quanto, ma di saperci consegnare. Il mondo ha bisogno di cristiani che svuotino il tascapane nelle mani di Cristo, per poter mangiare la Sua opera, non la nostra. Per mezzo del nostro poco.


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